Professione Reporter - Gianni Perrelli Stampa E-mail
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Scritto da Maria Pia   
Venerdì 01 Febbraio 2008 11:27

Gianni Perrelli, inviato speciale de “L’Espresso” ha trascorso gran parte della sua carriera in giro per il mondo e questa lunga avventura, durata quasi trent’anni, ce la racconta in Professione reporter, uscito nella serie I DIALOGHI per Di Renzo Editore.
Il titolo è forse un po’ scontato, ma descrive perfettamente il suo protagonista: un giramondo incallito a caccia di notizie, dotato di grande spirito di adattamento e sempre accompagnato dalla nostalgia di casa e della cucina italiana.
“Questo libro nasce dalla provocazione amichevole dell’editore incuriosito dal ristretto ambiente degli inviati internazionali della carta stampata. Sfociata quasi a tamburo battente in una proposta di lavoro che, debbo confessare, sulle prime mi ha creato qualche perplessità. Un po’ perché una delle bussole del buon giornalista è quella di spersonalizzarsi: descrivere gli altri, mai se stessi e i propri stati d’animo. Un po’ per la paura di non riuscire a calibrare i toni, di prendersi troppo sul serio, di enfatizzare un’attività che appartiene all’onesto artigianato e non al mito.”

Professione Reporter

Ma a Gianni Perrelli l’operazione è riuscita perfettamente: ci sono, certo, le tensioni, le nevrosi e le emozioni di un mestiere in cui bisogna pensare ed agire in fretta, ma anche la consapevolezza della grande e continua opportunità di testimoniare da vicino i grandi avvenimenti, la possibilità di incontrare i potenti del mondo, l’arricchimento che viene da incontri ed esperienze diversi.
Dopo gli esordi nel giornalismo sportivo, Perrelli diventa davvero un testimone della nostra epoca. “Se hai, per esempio, un accordo con lo staff di Yasser Arafat sai solo che il colloqui avverrà con tutta probabilità di notte… Per la prima volta, nel giugno ’88, fu a Belgrado. Ingannai l’attesa godendomi le partite del campionato europeo di calcio.”
Saddam Hussein invece “mi ricevette alle dieci del mattino… davanti a una tavola imbandita. E mi preconizzò l’imminenza di una guerra in Medio Oriente.”
E questi sono solo i personaggi più importanti. Poi c’è stato Nelson Mandela, che si è fatto intervistare via fax; Bettino Craxi, incontrato durante l’esilio, “l’incontro che personalmente mi ha più coinvolto sul piano emotivo”; Lech Walesa, incontrato per caso; il presidente del Ghana, che si è fatto intervistare in tuta e scarpe da ginnastica. E poi la gaffe con la Casa Rosada…

Gianni Perrelli ha voluto essere prima di tutto un testimone del mondo che cambia. “Uno scrittore inglese, non so quale, ha detto che c’è poca differenza fra il lavoro di un corrispondente dall’estero e quello di una spia. Secondo me sbagliava. La spia è portata per natura all’inganno. Al giornalista l’etica vieta estorcere uno notizia. Può procurarsela con furbizia, con scaltrezza, ma l’unica sua bussola è poi quella dell’uso corretto di ogni informazione.”

E quest’etica che lo guida nella cronache giornalistiche, pervade anche il libro, che altro non è che una tranquilla chiacchierata con i suoi lettori – siano essi aspiranti giornalisti o studenti del licei. Perrelli non si mette mai in cattedra, né sembra considerarsi un privilegiato: “Non tutti, a onor del vero, ti considerano un fortunato… A me è successo una sola volta. Partivo per l’Afghanistan. Era mattina presto e attaccai bottone con il tassista… Parlammo del più e del meno. Soprattutto di pallone… Volle sapere di cosa mi stessi occupando in quel periodo. Gli dissi che mi stavo recando a Kabul. Sullo specchietto retrovisore notai una smorfia nel suo volto. ‘A Kabul… Che ce va a fà a Kabul? Io la vita sua nun la farei proprio. La sera c’ho bisogno de torna’ a casa…’”

Di Renzo Editore
96 Pagine
9,50 Euro

 

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