| L'Italia in vacca |
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| Scritto da Stefano | |||
| Martedì 08 Dicembre 2009 21:06 | |||
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Iniziamo col dire che, in un panorama librario che tende sostanzialmente ad autoalimentarsi e apre le porte prevalentemente a personaggi televisivi, magari già noti per altre vicende, trovare un giovane autore, che non porta in dote altro se non un’autentica capacità di scrittura, e per di più in un genere come la saggistica, è già di per sé una boccata d’aria fresca. Fatta questa premessa vale però la pena soffermarsi sui contenuti del libro, che non suscitano certo meno interesse. "Se il problema fosse solo la crisi finanziaria, o l'inesistente crescita economica, poco male. Lo sapevamo già. La vera cattiva notizia è che non sappiamo come uscirne...mancano infatti le risorse culturali e la mentalità da cui far scaturire le azioni". Esordisce così Riccardo Caselli, venticinquenne psicologo sociale con numerosi hobby, filosofici e musicali, nel suo saggio d'esordio "L'Italia in vacca", edito da Aliberti, con prefazione di Pier Luigi Celli.
In accordo con la memetica di Dawkins, e con un approccio socio-psicologico, il giovane autore analizza la crisi "dei comportamenti", rinvenendo proprio nei costumi, nella diffusione delle idee e quindi nel substrato culturale, l'origine anche di quella economica. Per questo cita a più riprese il nobel per l'economia Kahneman (psicologo pure lui) e le sue ricerche: "occorre dire chiaramente che le indagini annuali sulla felicità dei popoli vedono spesso ai primi posti le nazioni relativamente povere. Questo deve farci riflettere oggi che l'Occidente si trova di fronte all'ipotesi della decrescita. Purtroppo invece, come ha dimostrato Kahneman, una perdita causa maggiore sofferenza di un guadagno di pari entità. Allo stesso modo è stato verificato come gli individui non accettino un decremento del salario nemmeno quando sia pienamente compensato dal potere d'acquisto". Il saggio, irriverente, profondo, ma divertente al tempo stesso, si propone di analizzare la cultura e le rappresentazioni sociali, non in modo teorico o manualistico, ma per come emergono nel vivere quotidiano. Di qui nasce l’organizzazione in decine di brevi capitoli intitolati ad esempio: “L’innovazione e la coda del pavone”, “La mia azienda non fa surf”, “L’era della trash tv”, “Dorian Gray fa palestra”, “Dalla padella alla brace: il cinema in Italia”. Già dai titoli si evince chiaramente la varietà di argomenti, dai mass media alle aziende, passando per la scuola, la formazione aziendale o la divertente evoluzione linguistica tempestata di inglesismi nel capitolo “Il linguaggio si evolve e diventa trendy”, e via discorrendo. Il punto di vista è talvolta disincantato, talvolta denso dei sogni di un venticinquenne che non vuole rassegnarsi alla deriva etica di un’Italia nepotista, gerontocratica e governata dal cattivo gusto dei media: “occorre recuperare una moralità da non confondere con il moralismo, perché la capacità di giudizio morale si sta rapidamente configurando come il preludio all’abdicazione della capacità di giudizio in generale, la quale è altresì definita come intelligenza”, si trova scritto sulla quarta di copertina. In conclusione, non si può che dare ragione a Celli, quando nella prefazione definisce “L’Italia in vacca” come “l’elogio del cambiamento e dell’incrocio dei punti di vista”. Il giovane Caselli unisce infatti diverse prospettive, da quella psicologica, a quella economica, sociale e persino cibernetica, per un’originalissima ricetta anticrisi: un manifesto per le nuove generazioni e un richiamo per quelle che ora hanno in mano le redini del paese. Se l’Italia è in vacca, speriamo che possano tirarla fuori i giovani brillanti come Caselli, dando voce alle loro numerose ed innovative idee.
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